Categoria: GenericheLe origini del pregiudizio anticalabrese
Ma esiste veramente un pregiudizio anti-calabrese, al di là delle accuse dipiagnonismo che vengono rivolte ai meridionali in generale ed ai calabresi in particolare?
Pino Macrì -Ben documentata (a livello di fonti latine) è la nazionalità non tanto del legionario (è difficile che un legionario potesse essere calabrese, a meno di non provenire dall’area magno greca), quanto del fustigatore del Cristo: secondo la testimonianza di Aulo Gellio (Noctes Acticae, X, 3), infatti, già Catone, nell'orazione “In Q. Minucium Thermum de falsis pugnis”, aveva conoscenza dell'abituale utilizzazione dei servi bruzi nelle punizioni corporali. I bruzi , cioè, essendosi ribellati per primi ai romani ai tempi di Annibale, non potevano esserne alleati e nemmeno soldati, ma soltanto servi al seguito dei governatori inviati nelle lontane province, spesso in qualità di lararii, cioè di carnefici e fustigatori di condannati e carcerati.
Nel Medioevo, il rifiorire degli studi classici rinverdì il pregiudizio. Attesta Placanica: «Non ci voleva molto per attirare sui bruzi anche l'odioso pregiudizio dei cristiani, a partire dal Medioevo: se le cose erano quali Catone e Livio, Pesto e Gellio le avevano attestate, era logico che solo dei briganti nati, come i bruzi, e per giunta lararii agli ordini di Pilato […], avevano potuto essere i carnefici di Nostro Signore. E il pregiudizio dovette durare incredibilmente a lungo, se nel Seicento vi accennava il Martyrologium del famoso cardinal Baroni, e se nel Settecento si ritenne opportuno porre in appendice alla ristampa del De antiquitate del Barrio l'ampia disquisizione di Pietro Paolo Frentano, Eruttila, calumnia de inlatis jesu Christo Domino nostro tormentis et morte vindicati».
E quindi, sempre Placanica, chiosa: «Era soprattutto la letteratura spagnola della prima età moderna a dare dignità e rilievo al pregiudizio anticalabrese, che essa certamente assorbiva dalla cultura napoletana, ben nota nella Spagna dominante. Nelle avventure di “Persile e Sigismunda” di Cervantes, un accoltellatore di strada e malandrino non può che essere - gratuitamente - un calabrese; nel «sueño» di Quevedo “El alguacil endemoniado”, si parla di un “Licenciado calabrès” che l'autore narra di aver colto nell'atto di evocare le potenze diaboliche. Ma all’origine c'è sempre la convinzione che calabresi siano stati i tortores Christi, e che, anzi, forse, lo stesso Giuda era calabrese: ne è convinta la ruffiana Gerarda della “Dorotea” di Lope de Vega, secondo la quale taluni malfamati «por alcun miserable quedaron con mal nombre, come los calabreses nobles. Porque se dice que aquella tierra fue la patria del hombre mas infame [Giuda]»; e nell'«auto» El tuson del Rey del cielo il Cavaliere calabrese corrisponde a Giuda: sì che il critico M. Herrero Garcìa (Ideas de los espanoles del siglo XVII, 1966) ha potuto affermare: «Tiengo para mi que la falsìa de Judas era en el siglo XVII un sìmbolo del caràcter calabrès».Se ne evincono due considerazioni importanti: la prima è che (guarda caso) il pregiudizio si impose fra i popoli che ebbero il maggior “fastidio” dall’indocilità calabrese (il “brigante” Re Marcone tenne a lungo in scacco le preponderanti forze spagnole, arrivando anche a conquistare Crotone); la seconda è che i più incrollabili nel pregiudizio anticalabrese furono i napoletani!
Detto, infatti, che ancora oggi molti napoletani mantengono una sprezzante alterigia nei confronti dei calabresi (ne sono stato personalmente testimone qualche tempo fa a Napoli), sono numerosissime, e perfettamente attendibili, le testimonianze in merito, specie fra i viaggiatori stranieri che si apprestavano a scendere in Calabria: da C. A. Pilati (1785) a J. Bielinskij (1791), da Ch. Didier (1830) a G. Gissing (1897) è tutto un susseguirsi di “rappresentazioni orripilanti delle selvagge Calabrie e di inviti a desistere dall’avventurarsi nell’ignoto” da parte di napoletani, peraltro appartenenti a qualsiasi ceto. Fra tutti i viaggiatori stranieri, forse l’unico a confermare le lugubri premesse fu Brydone, oggetto di assalto da banditi in Calabria: tutti – o quasi – gli altri non poterono che sfatare, con accenti e motivazioni diverse, le leggende napoletane sui calabresi. Addirittura memorabile, in tal senso è la chiosa di J. H. Bartels, nelle “Lettere dalla Calabria”: «È a Napoli infatti che considerano quel proprio vicino poco più che alla stregua di un selvaggio intento solo a devastare, rubare ed uccidere, meritevole più del nostro odio che della nostra compassione […] Ogni epoca storica ci offre esempi analoghi e la Calabria mi pare trovarsi proprio ora nella condizione in cui forse si è trovato ogni paese che ha ricevuto un tale marchio dai suoi contemporanei. […] Se si applicassero gli stessi metri di giudizio, anche noi [tedeschi] come i Calabresi saremmo dei briganti e degli assassini […]
26-07-2012 @ 10:06