giovedì , 24 agosto 2017
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I miei vestiti sono tutti ecosostenibili

Dopo anni di formazione nelle Marche Flavia Amato ha deciso di tornare nella sua terra e lanciare ”Malìa”, una sartoria che punta tutto sulla creatività e sui tessuti naturali

Tagliare e cucire: una delle attività artigianali. più antiche e a più alto tasso di creatività. Oggi orientata anche da principi di etica e di ecosostenibilità, perseguiti con la scelta di utilizzare solo materie prime naturali: dalla canapa all’alpaca, dalla lana alla seta grezza, passando per la Fibra di mais, il corone biologico e, quando possibile, la fibra ottenuta dal latte. È questo l’ago della bussola nell’avventura imprenditoriale di Flvia Amato. 27 anni da Guardavalle Marina, borgo catanzarese di cinquemila abitanti a venti minuti d’auto da Soverato. Oggi in Italia la presenza, ancora piccola ma in crescita, di imprese tessili a impronta etica si rileva solo nel centro-nord. È anche la ragione per cui in questo quadrante della Calabria ionica Flavia ha scelto di tornare a vivere e lavorare nel 2014. Convincendo il fidanzato marchigiano ad andare anche lui controvento, seguendola nell’impresa davanti a quei panorami affacciati su alcune tra le spiagge più belle di una regione che fino a un minuto prima della risorgimentale stretta di mano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele fu una tra le più industrializzate della Penisola e, una volta sancita l’Unità, scivolò verso record di povertà ancora oggi tra i più critici d’Europa. È qui che Flavia Amato ivi a iato) lana, il suo laboratorio, pensatoio e marchio di fabbrica. Nove anni di studi e formazione nella nebulosa manifatturiera delle Marche: prima all’Accademia di Belle Arti a Macerata, poi la scuola di modellistica e a seguire la specializzazione in sartoria e abbigliamento a Potenza Picena, nel distretto di Civitanova Marche, cuore produttivo da cui hanno spiccato il volo brand locali come Tod’s e dove anche marchi apicali dell’abbigliamento, come Prada, hanno scelto di allocare i propri stabilimenti dì produzione. In questo polo del tessile si forma Flavia, figlia d’arte artigiana: “Mia mamma anche se non è stata una sarta professionale, mi ha trasmesso la passione per la macchina da cucire, alimentata peraltro dai capi e gli oggetti che mia nonna vendeva nella sua merceria in paese, della quale ancora conservo una collezione di bottoni antichi, Di certo, poi, hanno influito i racconti su un eclettico zio, conosciuto solo da bambina, che a Guardavalle divenne famoso come sarto, grazie alle tecniche apprese in Nord America dove emigrò per tanti anni”. Sin da ragazzina, curiosità e creatività spingono Flavia Amato a confezionarsi gli abiti da sé e a inventare abbinamenti tra tessuti. “Conclusa la .scuola di modellistica, ho cominciato a lavorare su più canali, anche come stagista presso stilisti marchigiani”. Una forte calamita, il mondo del fashion. Ma Flavia tiene molto a qualificarsi come modellista: ruolo che richiede spiccate capacità tecniche, creative e interpretative. Anni per accrescere competenze e metodi, ma anche per sviluppare una concezione e uno stile di vita etico e sostenibile. “Studiando, lavorando e osservando mi ero messa in testa l’idea di non volere più far parte di un sistema produttivo in cui i tessuti non sono più quel che erano un tempo – racconta – e in cui la stessa confezione sartoriale di un vestito ormai si distanzia dai crismi che hanno fatto grande lo stesso Made in Italo. Mi riferisco in particolare a capi che vengono venduti a fior di quattrini, ma i cui tessuti, in realtà, provengono da ambienti produttivi lontani, dove gli operai lavorano in luoghi a dire poco insalubri e con protocolli irrispettosi dell’ambiente”. La svolta arriva nel 2014. “Partecipo a un bando lanciato dall’Istao, l’Istituto Adriano Olivetti, di Ancona, finanziato con fondi della Regione Marche. Le prime dieci start up considerate più innovative sarebbero state premiate con un anno di formazione nella business school. Tra queste c’era il mio nome. Conclusi i corsi, la prospettiva che si apriva era promettente, ma legata a quel territorio: con un finanziamento pubblico di settemila curo, riservato a ciascun selezionato, avrei potuto provare a lanciare l’attività ecosostenibile nel territorio piceno, dove l’amministrazione regionale marchigiana sta cercando di rilanciare il settore tessile, rimasto un po’ al palo rispetto al boom di Civitanova. Però ho scelto di provarci in Calabria”. L’istanza è forte e semplice: “La voglia di riscatto, personale e per l’ambiente da cui provengo”. In laboratorio Flavia trascorre almeno dieci ore al giorno, dedicando le sue linee più creative e innovative anzitutto al settore moda donna. I suoi materiali sono il cotone bio, la lana grezza e la canapa. “Tutti termoregolatori naturali che – spiega – mi consentono di adattare le collezioni alle stagioni, variando la produzione con maniche corte o lunghe. Mi piace ideare in continuazione, sperimentare fuori dagli schemi. E la scommessa nel cui esito credo fermamente riguarda proprio materiali come questi, a cui se ne aggiungono molti altri. Per esempio i filati di bamboo, la seta grezza, il ramiè, altra innovativa e morbida fibra estratta dalle ortiche”. Flavia punta adesso a sviluppare la sua produzione con l’utilizzo di altri due materiali dalle rivoluzionarie potenzialità: la fibra del latte e quella della ginestra. La prima consiste nei filamenti che si estraggono dalla cascina, proteina scartata dalla produzione lattiera, caratterizzata da un alto valore biologico. Nel filato rimangono infatti 17 aminoacidi con provate capacità terapeutiche, che nutrono e idratano la pelle. “Si tratta – racconta Flavia – di un materiale prodotto in Cina e solo da poco tempo in Germania. Ma è ancora molto costoso, non solo per il trasporto, e l’attuale prezzo finale delle mie camicie fatte con questo materiale non è esattamente in linea con le disponibilità di spesa della clientela, soprattutto calabrese, alla quale mi sto rivolgendo in questa fase iniziale dell’attività. Nel prossimo futuro conto però su un vantaggioso accordo di fornitura con un produttore tedesco”. Potrebbe invece ruotare presto sui grandi numeri la produzione di capi d’abbigliamento con le fibre di ginestra. Perché soprattutto lungo la Calabria ionica la pianta cresce spontanea in quantità. Circa dieci anni fa una società scandinava comprò diversi terreni incolti tappezzati da questi fiori. Il proprietario fu entusiasta di sbarazzarsene, svendendoglieli. Si venne però a sapere che con le fibre delle ginestre quella società tesse le tute aerospaziali per la Nasa. Un business incredibile, sfilato davanti al naso di un intero territorio. “Sogno e progetto la creazione di una filiera che parta dalla ricchezza naturale del territorio calabrese, dove è possibile coltivare con facilità la ginestra come la canapa e molte altre piante dalla macerazione delle cui foglie si possono ricavare filati; e, nel contempo, risvegliare la secolare cultura tessile dei paesini come il mio: un know how formidabile tramandato da secoli e ancora posseduto da molte signore anziane esperte di lavori al tombolo che potrebbero trasferirlo a altrettante giovani donne. Si attiverebbe un grande volano economico”. Mentre l’attività di Flavia Amato prende velocità, i problemi, per chi vuole fare impresa, in Calabria restano. La geografia non aiuta: “I corrieri per le spedizioni verso altre città italiane passano solo il martedì”. E poi c’è l’indifferenza degli strati che contano, se non ti adatti alle loro logiche. “La Regione è più attenta al rilancio dell’agricoltura, non al settore manifatturiero e alle imprese giovanili assegna solo prestiti d’onore”. L’attività di N/lana però non si ferma alla realtà locale. E una produzione di nicchia che punta a girare nel mondo. “Ho cominciato e continuo con la vendita diretta nella mia provincia, ma la recente apertura del mio sito e-commerce ha generato novità. Sono stata infatti inserita in Amazon Made in Italy strumento di grande visibilità nel mercato europeo, ragion per cui sono per ora alle prese con le traduzioni delle schede descrittive delle mie creazioni. Inoltre mi sto associando a altri canali di e-commerce, sempre nel settore green. Tra questi. vestilanatura.it e il network La bottega della canapa. Lamentarsi non paga mai. Se dal Mezzogiorno i giovani vanno via, perché non cambia ancora niente, continuerà a non cambiare nulla. Perciò allontanarsi dovrebbe essere finalizzato all’imparare a lavorare per poi tornare alla base. Per cambiarla”.

Fonte: Rivista Gattopardo – Antonio Schermbri

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